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Italia dei Valori torna a chiedere oggi, giornata europea contro l’omofobia, che venga messa all’ordine del giorno ed approvata dal Parlamento una legge nazionale contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, che violano non solo la Costituzione ma anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Di fronte alle molteplici aggressioni di cui sono state fatte oggetto le persone omosessuali questo impegno deve essere prioritario per le Istituzioni, le organizzazioni della rappresentanza sociale, le maggiori agenzie educative del paese: in questo senso apprezziamo la circolare inviata dal Ministero dell’Istruzione ai Dirigenti scolastici affinché il tema entri oggi nelle scuole con la dignità che merita, ma riteniamo non più rinviabile un’assunzione di responsabilità da parte delle forze politiche presenti in Parlamento.
La battaglia per difendere i diritti sociali e i diritti civili, combattere il paradigma maschilista del controllo sui corpi, sta dentro lo stesso orizzonte di cambiamento che Italia dei Valori persegue tenacemente dentro e fuori le sedi istituzionali: dal lavoro sicuro alla scuola pubblica, dal testamento biologico ai matrimoni omosessuali, dalla legalità alla democrazia paritaria, fino ai nuovi diritti di cittadinanza per chi nasce nel nostro paese.
L’inerzia del parlamento italiano ci allontana dall’Europa di Hollande, dagli Stati Uniti di Obama, ma soprattutto fotografa il declino di una classe politica conformista ed incapace di interpretare le nuove domande di futuro che in Italia e nel resto d’Europa hanno espresso le urne appena quindici giorni fa. Occorre voltare pagina, eleggere una nuova classe dirigente che preferisca costruire senso anziché accumulare consenso, rifondare un’etica della responsabilità pubblica coerente con i principi di laicità, libertà e giustizia sociale della nostra Costituzione.
Noi abbiamo scelto da tempo da che parte stare.
Cgil, Cisl e Uil hanno lanciato l’ennesimo allarme e hanno chiesto a tutti i capigruppo un incontro per definire, nel rispetto del ruolo di ognuno, una strategia comune. Io e il collega alla camera Massimo Donadi, abbiamo risposto immediatamente di sì. Argomento, gli esodati. Il più grave errore che il governo Monti ha compiuto nei suoi primi sei sciagurati mesi di vita.
Sciocchezze, quando si legifera, se ne possono fare, si può sbagliare un conto e scrivere una norma che appare irragionevole ma quando questo è accaduto si è sempre posto rimedio, per non penalizzare coloro che dovevano subirne le conseguenze. Questa volta non è stato così. Il governo ha commesso un errore, inizialmente lo ha negato. Quando l’intero mondo sindacale, politico e imprenditoriale ed editoriale glielo ha fatto notare ha clamorosamente sottostimato il numero di lavoratori che sarebbero rimasti nel limbo, tra lavoro e pensione, senza reddito. Addirittura l’Inps, per bocca del suo direttore generale, in audizione in Parlamento, ha stimato in 130.000 il numero di lavoratori. Un dato addirittura inferiore a quello che, lo scrive oggi Enrico Marro in un editoriale sul Corriere della sera in prima pagina, è sul tavolo del governo dal 4 marzo scorso: 200.000. Secondo la Cgil il numero è ancora superiore e nei prossimi anni colpirà oltre 250.000 lavoratori.
Il governo sta per emanare un decreto in cui, con circa 5 miliardi messi sul tavolo, salvaguarda soltanto 65.000 persone. E le altre? Che fine faranno? E soprattutto, perché non si definiscono immediatamente regole certe, come chiede l’Inps? E’ questa l’equità di cui si è vantato il presidente Monti?
Il nostro ruolo di parlamentari, ci impone di non abbandonare nessuno al proprio destino, a maggior ragione quando parliamo di centinaia di migliaia di lavoratori. Spero che l’appuntamento con i sindacati possa esserci già all’inizio della prossima settimana. Al momento in cui scrivo l’unica risposta ufficiale alla richiesta di Cgil, Cisl e Uil è giunta dall’Italia dei Valori. Ha risposto anche Cesare Damiano che è un autorevole esponente del Pd ed ex ministro del Lavoro, ma non è un capogruppo. Per il momento, però, tutti gli altri tacciono. Se questo silenzio assordante dovesse continuare, gli esodati si sentirebbero ancora un po’ più soli. Dobbiamo evitare che accada.
Si è aperta a Cinisi, in provincia di Palermo, la marcia dei 100 passi dei sindaci, in ricordo di Peppino Impastato, nel 34esimo anniversario della tragica morte per mano della mafia. La sua voce contro il malaffare venne messa a tacere nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978.
Toccante la lettera inviata al fratello Giovanni da Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse nella stessa data in cui la Sicilia ricorda l’assassinio del militante di Cinisi. “Mi piacerebbe tanto – scrive – che un giorno potessimo ricordare i nostri cari non nel giorno della loro morte ma nel giorno nel quale festeggiamo la nascita della nostra Repubblica, il 2 giugno. Allora avrebbero davvero il loro posto, che non è quello di vittime, ma quello di costruttori coraggiosi di un Paese in cui ci sia posto per tutti, con uguale dignità e rispetto”.
Anche l’Italia dei Valori ricorda la figura di Peppino Impastato. Antonio Di Pietro lo fa su Twitter: “Le idee e il coraggio di denunciare di Peppino Impastato sono ancora oggi l’esempio da seguire nella lotta a tutte le mafie”, scrive i leader IdV; mentre il candidato a sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, invita a non “dimenticare il coraggio di Peppino Impastato che arrivò fino al sacrificio della sua stessa vita. Non si è mai piegato ai ricatti mafiosi ed ha lottato per far trionfare l’onestà e la cultura della legalità. Impastato – afferma ancora Orlando in una nota – è un faro per le nuove generazioni che spesso sono prive di punti di riferimento ed è esempio per tutti coloro che vogliono un futuro libero dai condizionamenti e dal cancro di tutte le mafie”.
Come avevo preannunciato durante il Convegno, organizzato dall’IdV, dal titolo “Facciamo lavorare la testa” svoltosi il 2 Aprile scorso a Roma, ho chiesto espressamente al Ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, di prendere una posizione netta in merito alle forzature dell’iter parlamentare del ddl Aprea: per intenderci, quella proposta di legge che mira a riformare le nostre scuole pubbliche consentendo ai privati di entrare all’interno di esse, sia come finanziatori che come membri degli organi di gestione.
Già avevo denunciato l’accelerazione che questa legge ha subito attraverso la richiesta fatta dalla Presidente della Commissione Cultura della Camera (l’On. Aprea appunto!) per il “trasferimento in sede legislativa”; tutto ciò grazie all’armonia oramai stabilitasi in Parlamento tra le forze politiche che appoggiano il Governo. Il trasferimento in sede legislativa è una pratica a cui è possibile ricorrere solo se il provvedimento in esame viene considerato tra le questioni che “non hanno speciale rilevanza di ordine generale”; essa consente di approvare una legge senza farla passare per l’Aula, evitando in tal modo che tutti i parlamentari possano esaminarla, partecipare al dibattito e proporre eventuali emendamenti.
Dopo esserci rivolti al Presidente della Camera, Gianfranco Fini, affinché facesse quanto in suo potere per ristabilire un normale iter parlamentare alla proposta di legge dell’Aprea, ho pensato che fosse importante che il Ministro Profumo, tecnico tra tecnici, esprimesse apertamente il suo parere in merito, visto che con parere contrario del Governo, il provvedimento non avrebbe potuto essere approvato per via abbreviata.
Purtroppo, come potete costatare voi stessi, Profumo non ha voluto esporsi e infatti la scorsa settimana il provvedimento ha continuato la sua corsa senza che i cittadini siano stati adeguatamente informati sulle ripercussioni che la riforma Aprea avrà sull’intero sistema di istruzione del nostro Paese.
Questa riforma destabilizzerà le nostre scuole pubbliche. Costringerà le scuole ad adoperarsi per trovare fondi per il proprio funzionamento. Quanto ciò possa lasciare indietro le realtà territoriali più deboli, lo lascio immaginare a voi. Creerà una pericolosa confusione di ruoli, tra chi opera nella scuola come formatore e chi proviene dall’esterno di essa e vuole, in previsione di chissà quale tornaconto economico, partecipare alla sua gestione (degli ultimi giorni è la notizia che una grande catena di supermercati, la CONAD, ha lanciato un’iniziativa, supportata dal MIUR con l’obiettivo di fornire alle scuole materiali per il loro funzionamento, a patto che i genitori degli studenti facciano acquisti nei loro punti vendita!).
Non solo: la proposta Aprea prevede che ogni scuola definisca, con un proprio “statuto autonomo” modalità di organizzazione della vita scolastica, di partecipazione di genitori e alunni alle attività scolastiche, e addirittura di definizione degli obiettivi delle proposte formative. Quali saranno le garanzie che a tutti vengano offerte le stesse opportunità?
Con l’approvazione della legge verrebbero anche cancellati i diritti democratici e di partecipazione degli studenti e dei genitori, perché verrebbe abrogata la legge che garantisce la partecipazione democratica di tutte le componenti alla vita della scuola.
Noi non rinunciamo ad ostacolare la corsa dell’Aprea e non rinunciamo a batterci per cambiarla radicalmente. Per questo abbiamo presentato decine di emendamenti, costringendo tutti i parlamentari della commissisone a misurarsi e a prendere posizione su ogni punto della legge. E vogliamo discutere una “pregiudiziale di costituzionalità”, perché questo testo, così come è stato articolato, viola apertamente alcuni principi garantiti dalla nostra Costituzione, come la libertà di insegnamento (art. 33), il diritto all’istruzione (art. 34) e, in senso più ampio, il diritto all’uguaglianza (art. 3).
Se si è impedito alle aule parlamentari di avere una discussione trasparente e alla luce del sole, noi cercheremo comunque di fornire tutta l’informazione possibile. Vogliamo informare il mondo della scuola, punto per punto, momento per momento.
Vi invito per questo a partecipare al blog che il Dipartimento Cultura e Istruzione IdV ha aperto per discutere con voi della questione e per darvi modo di conoscere la proposta di legge presentata dal nostro partito (A.C. n. 5075) per migliorare il nostro sistema di istruzione, partendo dalla consapevolezza che la scuola è un’istituzione pubblica di fondamentale importanza per la realizzazione di una vera democrazia e lo Stato non può pensare di ritrarsi dalla sua gestione, abbandonandola ai territori o peggio ai privati.
Sulla scuola occorre investire, reperire le risorse necessarie al suo buon funzionamento, farla crescere e migliorare, per garantire ai cittadini diritto allo studio e libertà di insegnamento.
Al via domani 21 aprile, in tutto il territorio Piceno, così come su tutto il territorio nazionale, la raccolta firme dell’Italia dei Valori per la proposta di iniziativa popolare contro il rimborso elettorale ai partiti.
La campagna, dall’evocativo nome “Giù le mani dal sacco”, mira a eliminare l’attuale sistema di finanziamento ai partiti che continua ad essere lì nonostante diciannove anni fa gli italiani si siano espressi in maniera categorica per abolirlo.
“L’iniziativa anticipa la campagna referendaria sullo stesso tema che faremo partire a ottobre: in vista dell’accordicchio che stanno portando avanti Alfano – Bersani – Casini vogliamo dare un forte segnale al Parlamento su cosa gli italiani vogliono realmente” afferma Cardilli, responsabile provinciale dell’Italia dei Valori.
“Se i partiti hanno incassato dai rimborsi più di quanto speso devono avere ancora dei soldi nelle loro casse, Tanzania, lauree taroccate o diamanti permettendo. Riteniamo che sia moralmente squallido chiedere il pagamento della tranche di 100 milioni di euro di giugno. L’Italia dei Valori ha devoluto la sua quota agli alluvionati liguri, gli altri stanno rinviando la questione ad agosto, quando l’ennesima ruberia passerà inosservata” aggiunge Marini, responsabile provinciale giovani.
“Puntiamo a stravolgere questo sistema marcio che ha regalato agli onori della cronaca strani personaggi come Belsito, Lusi o Penati. Chiediamo rimborsi con un tetto massimo di un milione ex post, sulla base di certificazioni e spese documentate, un organo di controllo esterno, bilanci trasparenti e certificati, l’assoluto divieto per le aziende a partecipazione pubblica di finanziare partiti” è la conclusione dei due esponenenti dipietristi.
Il lavoro e l’analisi che i ragazzi del Robin Hood – Rete degli studenti Medi Piceni hanno presentato qualche giorno fa non può che trovare pieno appoggio e supporto da parte delle giovanili dei due partiti.
Il drammatico scenario descritto in termini di sudiciume, sovraffollamento, scarsa sicurezza e ritardi vanno ad aggiungere nuovi tasselli a quella che è ormai diventata una non notizia forse, ovvero i pesanti tagli che Trenitalia, con la complicità della Regione Marche, sta portando avanti nel Piceno.
La mera logica del profitto che pare essere dietro alla privatizzazione del settore ferroviario rischia di condurre al taglio di corse che hanno funzioni sociali e un ulteriore aggravamento della divaricazione anche qualitativa fra i treni ‘per ricchi’ e quelli per i pendolari.
“Con la cultura non si mangia” affermava un eminente ministro del precedente governo: questa affermazione ci torna tristemente alla memoria vedendo quanto prospettato per i nostri studenti.
Accogliamo con soddisfazione il ripristino delle corse su San Benedetto per la stagione estiva.
Ma il nostro territorio non vive solo di turisti, dobbiamo tutelare i nostri studenti, operai, lavoratori, comuni cittadini.
I nostri coetanei non hanno chiesto la luna, ma solo quello che qualsiasi regola di convivenza civile prevede. E che lo stesso contratto di servizio che Trenitalia ha stipulato con la Regione garantisce.
Garantiamo il massimo sostegno fin da ora ai ragazzi del Robin Hood e faremo la nostra parte in questa battaglia di civiltà, accanto a tutti coloro che vorranno starci, al di là di ogni logica di partito.
10.30 – 12.00 AUDITORIUM COMUNALEProiezione dell’abstract del documentario:
Europa – Storia di un successo di Francesco Paolo Altomonte, 2008.
Non ha torto chi racconta che L’Aquila è rimasta ferma al 6 aprile 2009.
Il centro della città, in particolare, non da ancora segni di vita e riporta indietro la memoria a tre anni fa.
Quello che, però, non si può raccontare è ciò che non si vede: il dolore degli aquilani non si vede; la paura di non farcela a restare non si vede.
E quello che non si vede rischia, purtroppo, di pesare sulle prospettive di rinascita più di ogni altra cosa.
In fondo questo è il primo effetto della sfida, persa, della ricostruzione immateriale, che a L’Aquila non è mai partita.
Sono partiti i cantieri in periferia, alcune opere pubbliche, qualche intervento sulla viabilità; ma non è partita la ricostruzione dei valori e degli ideali che tengono insieme una comunità; una comunità che oggi sembra essersi smarrita.
Lo confermano anche i toni e gli argomenti della campagna elettorale per le elezioni del prossimo Sindaco, appena iniziata.
Tutti motivatamente divisi e ciò nonostante tutti rigorosamente impegnati ad utilizzare gli stessi identici argomenti per la ricerca del consenso.
Tra questi spicca quello della difesa dell’aquilanità da pericoli che vengono appositamente evocati per alimentare un senso di paura; con la speranza che, proprio per la paura di perdere tutto o anche solo qualcosa, gli aquilani votino il più aquilano degli aquilani.
Fin qui nulla di grave, se non fosse che mentre si confligge sul grado di aquilanità, chi deve fare affari, dentro e fuori le istituzioni, continua a farli come se nulla fosse.
E gli affari, in una comunità che non è ancora riuscita a ritrovare se stessa, esaltano l’interesse individuale e lo pongono stabilmente al primo posto, distruggendo o comunque indebolendo sensibilmente la voglia di perseguire l’interesse generale, nella illusione che in fondo possa esserci sempre qualcun altro ad occuparsene al posto tuo.
Troppi a pensare al recinto delle proprie competenze; troppo pochi a pensare con sincerità cosa fare per guidare una comunità così provata dal dolore del terremoto.
Le responsabilità?
Di tutti, equamente ripartite.
Del livello comunale che, indebolito dal trauma, ha detto si a tutto quello che il governo gli ha proposto.
Del livello regionale, che non ha mosso un dito, anche in termini di semplice produzione legislativa, pensando di poter governare tutti i processi con le ordinanze del Presidente di Regione-Commissario alla ricostruzione.
Del livello statale, l’unico che ha saputo decidere; ma anche quello che ha fatto i maggiori danni, illudendo il mondo intero che tutto fosse ormai risolto.
Il consuntivo di questi tre anni?
Negativo, sulla base di tutti gli indicatori.
Le soluzioni?
Iniziare da ciò che serve a tutti, anche se ritarda la realizzazione di una singola aspettative individuale: perché la sommatoria di qualche migliaia di aspettative individuali porterà L’Aquila alla rovina una seconda volta, mentre l’energia di un progetto moderno ed innovativo di Città e la spinta collettiva di tutti i cittadini porterà L’Aquila definitivamente in Europa.
Carlo Costantini
cliccando sull’immagine qui sotto è possibile guardare il video dell’intervento.
Signor Presidente del Consiglio, signori del governo latitanti… Ma dove state? Questo provvedimento ancora oggi viene alla votazione dopo che per due volte è stato sottoposto al voto di fiducia. Eppure ogni volta che venite a chiederci di votare un vostro provvedimento neanche venite a sentire le nostre ragioni.
Noi esprimiamo con tutta la nostra determinazione, la contrarietà alla vostra azione politica di governo. E’ bene che gli italiani sappiano che voi sarete dei buoni padri di famiglia a casa vostra, ma con gli italiani siete dei cattivi padri di famiglia, perché pensate solo ad alcuni di essi… pensate solo alle lobby, alla casta, a fare dei favori ad alcuni e a distruggere la parte più debole del Paese.
L’Italia dei Valori sa bene le ragione per cui siete stati messi lì: dovevate mettere a posto i conti, ma è del tutto assurdo chiedere i soldi ai pensionati, mandare a casa gli esodati e continuare a fare la guerra in Afghanistan. Voi non siete dei buoni padri di famiglia, siete dei ladri di Stato, dei ladri di democrazia. Invece di pensare a tutti gli italiani avete scelto come priorità questioni che non hanno nulla che fare con la priorità.
Che cavolo c’azzecca l’articolo 18 con la buona economia del Paese? Lo sanno pure le pietre che non c’entra niente! Sono altre le ragioni per cui non funziona il nostro Paese. Figuratevi se non lo sanno gli imprenditori stranieri e italiani. Il nostro Paese non funziona perché c’è una burocrazie esasperante e una corruzione dilagante; una imprenditoria che invece di fare attività di impresa è stata costretta a fare i ‘mazzettari’, i faccendieri… il nostro Paese non funziona perché c’è un fisco esasperante, perché lo Stato non paga. Ci sono imprese che stanno andando in fallimento perché lo Stato non paga i lavori che hanno fatto e i servizi che hanno fornito. Queste sono le ragioni per cui non funziona il nostro Paese.
Il Paese non funziona non perché c’è l’articolo 18. Lo diciamo ancora: stiamo chiedendo soltanto che nei casi in cui un lavoratore, un operaio viene sbattuto fuori per mille ragioni non economiche, perché magari è incinta, è anziano, è extracomunitario, è del sud… perché magari è della Fiom ed esercita i diritti sindacali, venga reintegrato. Non è questo che rende impossibile lo sviluppo in Italia, ma è la giustizia che manca, da quella sociale a quella dei tribunali.
Voi considerate prioritario ciò che prioritario non è. Se veramente volete fare il bene del Paese, perché non producete qui una bella riforma della giustizia, contro i corrotti, una bella riforma elettorale. voi invece proponete che l’Imu la debbano pagare anche gli agricoltori! Noi vi contestiamo non per i vestiti belli o brutti, siete sobri è vero, ma state rovinando l’Italia sobriamente. State facendo delle scelte che vi servono solo a far vedere che i conti stanno a posto. Siete come il medico che esce dalla sala operatoria e dice ai parenti in attesa: l’intervento è perfettamente riuscito, ma il paziente è morto.
State uccidendo il Paese per far quadrare i conti. E poi non è vero che li state facendo quadrare. Sto giochetto delle province che c’azzecca, ce l’avete lasciate lo stesso, perché non siete intervenuti sulle vere riduzioni della spesa pubblica, sulle Comunità montane, le consulenze, gli incarichi direttivi… Signor presidente del Consiglio che non c’è, grazie al milleproroghe sono stati stabilizzati 777 dirigenti senza averne titoli. Sa come si chiama questo? Si chiama complicità nel reato. Voi continuate a fare due pesi e due misure. Ma vi pare possibile che continuate a nominare commissario per la sanità la stessa persona che ha distrutto la sanità in Molise? Siete complici ogni giorno di più. Fate pagare l’Imu agli ospizi e non lo fate pagare alle fondazioni bancarie!
Berlusconi ci faceva vergognare sul piano umano. A voi contestiamo la politica che state facendo, e la continuità berlusconiana nella propaganda, per far credere che va tutto bene. Il presidente Monti l’altro giorno ha raccontato che la crisi è superata, che i vostri interventi ci stanno facendo uscire dalla crisi. Il giorno dopo l’Unione europea ha detto il contrario. Che la situazione è drammatica.
Mentre lei signor presidente del Consiglio latitante che non c’è, che non viene in Parlamento, va a raccontare bugie sui giornali, ci sono persone che non arrivano a fine mese, che si stanno suicidando… lei ce li ha sulla coscienza questi suicidi. E la cosa che più deve far riflettere chi ci ascolta è il consenso che in questa Aula vi stanno dando. Loro credono di aver risolto i problemi del Paese battendo le mani sull’articolo 18. Invece bisogna riscrivere la legge elettorale, perche questa platea non è degna del parlamento in cui sediamo.
L’onorevole Parisi questa mattina e ancora ieri ha ricordato una cosa molto importante: ci sono un milione e 200mila cittadini che hanno già indicato la direzione per modificare la legge elettorale porcata. Ebbene, il Comitato referendario presenterà un disegno di legge in questo parlamento a nome di quel milione e 200mila cittadini per chiedere che cambi la legge elettorale.
Per il finanziamento pubblico, invece, domani l’Italia dei Valori andrà alla Corte di cassazione per depositare il quesito e poi raccoglieremo le firme.
Di questo ci dobbiamo occuparci se vogliamo recuperare credibilità, non dell’articolo 18!
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